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La “sindrome della capanna” e gli adolescenti ai tempi del Corona virus

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Dott.ssa Silvia Mandelli , psicologa e psicoterapeuta



Molti si staranno domandando quale sia il significato dell’espressione : sindrome della capanna. Mai come in questo periodo di quarantena forzata questa “sindrome” ci ha “toccati” più o meno consapevolmente.

Tutto ebbe inizio nel mese di febbraio. Non credevamo che il virus proveniente dalla Cina, di cui si sentiva parlare ai telegiornali, potesse riguardare anche noi. Nel nostro immaginario sembrava molto lontano: in Asia. Ci sentivamo sicuri, anzi padroni della nostra realtà di tutti i giorni. Intanto le notizie che arrivavano erano sempre più incalzanti e preoccupanti. Rapidamente non riuscivamo a stare al passo con i cambiamenti repentini e prepotenti e vivevamo uno stato di paura, a volte panico, misto a disorientamento.

Poi la corsa alla spesa, il lavoro da casa , la scuola sospesa , l’isolamento e le sirene delle ambulanze che ci toglievano il sonno la notte. Cresceva il senso di smarrimento davanti a eventi della collettività che invadevano le nostre case e la nostra psiche attraverso immagini forti di bare affiancate nelle chiese, di camion militari come carri funebri, di infermieri sottoposti a estenuanti ore di lavoro in condizioni incerte.

Noi adulti ci siamo sentiti impreparati a codificare le notizie, a volte contrastanti, che invadevano le nostre case. Il collettivo dettava le regole delle nostre abitazioni e delle nostre abitudini. Adattarsi, reagire, pietrificarsi, arrovellarsi di domande a cui non corrispondevano risposte sufficientemente rassicuranti: un costo molto elevato per la nostra psiche di adulti… e gli adolescenti?

Ci osservavano: quando imponevamo il silenzio per ascoltare le notizie dai telegiornali: virus, pandemia, ambulanze, pronto soccorsi, bare, contagi, tamponi…parole come mine vaganti nelle nostre menti. E nella loro psiche?

La loro giovane psiche come registrava e integrava queste immagini così vivide e crude?

La casa si trasformava giorno dopo giorno in una “capanna”: scomoda all’inizio, piccola, grande, con troppe persone e senza spazi per stare da soli ma si delineava come un luogo sicuro. La stanza è diventata ufficio, la cucina un’aula di lezione e il balcone, quando c’è, lo spazio per un’ora d’aria. Via via la realtà a noi famigliare diventava sempre più fluida e noi tentavamo di ancorarci a qualche nuova e precaria abitudine alla ricerca di una nuova normalità. La convivenza forzata ci ha costretti a scoprire e inventare nuove soluzioni possibili mettendo da parte la nostalgia di un passato lontano. Poi alcune abitudini sono diventati riti di famiglia: pranzi insieme, cinema serale, letture… Il tempo si è ovattato e i rumori del mondo fuori si sono trasformati in un silenzio nuovo.

E gli adolescenti?

Scomparsi. Invisibili nelle loro camerette si sono silenziosamente adattati. Ci hanno visti fragili e spaventati e gradualmente non hanno fatto domande a cui noi adulti forse ai loro occhi non eravamo in grado di dare risposte.

Il futuro? No meglio pensare al presente.

Il ritmo circadiano si è camuffato e a volte invertito e il tempo di “esposizione” ai video si è dilatato. Si lavora con mamma e papà allo stesso tavolo sconvolgendo l’asimmetria dei ruoli. Si resta in pigiama.

Il tempo prima era strutturato nei minimi dettagli: sveglia, scuola, compiti, sport cena e via da capo tutti i giorni. Tutti inseriti in una una trottola in cui sembravamo dei piccoli criceti che girano forse senza domandarci il perchè.

In queste settimane di vicinanza forzata la casa è diventata capanna: rifugio o prigione ? Sicuramente un luogo in cui sentirsi al sicuro dal mondo fuori che è diventato minaccioso e pericoloso. Il tempo della capanna è fatto di noia, liti, giochi, film, tensioni e riflessioni personali.

Nella capanna forse il tempo è diventato più lento, personale e intimo. Siamo passati da Cronos a Kayros e in questa sospensione forzata abbiamo potuto rivolgere il nostro sguardo all’interno per conoscerci.

Abbiamo scoperto che nella nostra psiche c’era già una “casa” o “base sicura” che era stata costruita quando eravamo piccoli e così dipendenti dalle prime relazioni affettive con le nostre figure di attaccamento come precisa Bowlby nella teoria dell’attaccamento. I nostri adulti di riferimento sono state le prime esperienze affettive di legame e nella costanza e prevedibilità di questi legami abbiamo costruito un mattone dopo l’altro una capanna dentro di noi: un castello di sabbia o una fortezza? Non importa perchè è la nostra capanna che noi percepiamo come sicura e famigliare in cui rifugiarci al bisogno. Rivolgo quindi una domanda a noi adulti: come sono le capanne dei nostri giovani? Le abbiamo mai visitate con rispetto e genuina curiosità? Ci hanno mai invitato?

Qualche giorno fa ho ricevuto la lettera che un papà ha scritto per il proprio figlio adolescente e sono rimasta colpita dalla delicatezza dello stile e dal rispetto verso il figlio che sta vivendo questo tempo per abitare la sua capanna come occasione per riparare vecchie ferite taciute correndo però il rischio di non uscire più.

“Caro Andrea,

Preferisco scriverti questa lettera piuttosto che proporti la solita chiacchierata perchè ho l’impressione che a volte le troppe parole ti stanchino e finisci per non ascoltare. Mi piacerebbe che tu leggessi con calma quanto ti ho scritto e che volendo tu potessi rileggerlo tutte le volte che vuoi, con i tuoi tempi. Spero solo che possa essere uno spunto per riflettere, senza imposizioni.

Questo periodo che stai attraversando nella tua vita può essere visto come un portale e come un buco. La decisione di cadere nel buco o passare attraverso il portale dipende solo da te e da nessun altro. Non da me, non dalla mamma, non da tuo fratello, non dalla psicologa, non dai tuoi insegnanti. Se ti angusti per i problemi che stai vivendo, o se fai finta di non averne, affrontando la situazione con poca energia, un po’ rinunciatario e un pò come chi sta a guardare cosa succederà , cadrai nel buco. Ma se cogli l’occasione per rimetterti alla prova poco per volta, per ricominciare la vita che in questo momento il coronavirus sta tenendo in sospeso per tutti, per prenderti cura di te e degli altri, attraverserai il portale. Prenditi cura di te e delle relazioni con gli altri, prenditi cura del tuo corpo, di ogni cosa che sarai chiamato ad affrontare nella vita di tutti i giorni.”


Mi piace pensare che ogni figlio abbia bisogno in questo periodo per essere avvicinato con questa delicatezza e con questa sensibilità: senza consigli e senza troppe parole ma con uno sguardo di fiducia e di riconoscimento delle fatiche e delle paure nei nostri adolescenti accompagnate da un messaggio di incoraggiamento verso la vita.

Un invito a uscire da questa capanna che è valsa per un periodo e da cui faremo tutti fatica a uscire perchè là fuori il mondo non è, e non sarà più quello di prima ma forse è proprio il segreto: a noi reinventarlo insieme ai giovani perchè questo futuro appartiene a loro.



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